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Marino Marini. Passioni visive

La Collezione Peggy Guggenheim ospita la prima retrospettiva mai realizzata dedicata a Marino Marini. Dal 27 gennaio all’1 maggio 2018, oltre 70 opere verranno esposte negli spazi delle mostre temporanee, nelle Project Rooms del museo e nella veranda adiacente.

La retrospettiva dedicata a Marino Marini, ospitata nelle sale di Palazzo Venier dei Leoni di Venezia, permette un’inedita lettura di oltre cinquanta sculture dell’artista pistoiese e di venti opere, dall’antichità al ‘900, con cui Marino si è confrontato.

Marino Marini. Passioni visive, a cura di Barbara Cinelli e Flavio Fergonzi, con la collaborazione di Chiara Fabi, mette in mostra le opere dell’artista, i grandi modelli della scultura del XX secolo e alcuni importanti esempi di scultura dei secoli passati: dall’antichità egizia a quella greco-arcaica ed etrusca, dalla scultura medievale a quella del Rinascimento e dell’Ottocento.

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In primo piamo: Arturo Martini – Tobiolo, 1933 Bronzo 125 x 85 x 155 – Collezione privata
A sinistra: Marino Marini – Pugile, 1935 Legno 119 x 75 x 109,5 cm – Parigi, Centre Pompidou Musée national d’art moderne – Centre de creation industrielle

Ogni sala mette in scena alcuni episodi dei temi affrontati da Marino Marini nel suo percorso produttivo dagli anni ’20 agli anni ’50.

Nelle prime due sale le teste e i busti degli esordi dell’artista, sono affiancati a canopi e teste etrusche, a una testa greco-arcaica proveniente da Selinunte e a un busto rinascimentale di Andrea Verrocchio; mentre il Popolo, la terracotta del 1929, è messo a stretto confronto con il coperchio figurato di un’importante sepoltura etrusca. In una sala, il raffronto tra due grandi legni e due opere sullo stesso tema di Arturo Martini e Giacomo Manzù, evidenziano la concentrazione dell’artista sul soggetto del nudo maschile verso la metà degli anni ’30.

Negli stessi anni e in quelli successivi Marino Marini amplia l’arco dei suoi soggetti: in una sala successiva sono esposti tre suoi capolavori eccezionalmente riuniti (un Icaro, un Cavaliere e un Miracolo) a riprova del sorprendente arco di linguaggi e di stili con cui l’artista, al culmine delle sue capacità espressive, intende mettersi alla prova.

La mostra prosegue con una sala dedicata alle “Pomone” e ai nudi femminili che lo scultore realizza partendo da una originale e modernissima rielaborazione del classicismo post-rodiniano: Marino si misura con il difficile tentativo di trasformare il corpo femminile in una forma astratta e i suoi nudi sono affiancati in questa sala a quelli di Ernesto De Fiori e di Aristide Maillol.

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Marino Marini – Cavaliere, 1945 Bronzo 108 x 100 x 36 cm – Collezione privata

Verso il 1940, mentre quasi tutti gli altri scultori italiani ed europei sembrano voler abbandonare la lezione di Auguste Rodin, Marino Marini la rivisita per dare inizio a una nuova stagione di ricerca che lo porterà a confrontarsi con la forma esistenzializzata di Germaine Richier. Due piccole sale mettono in scena questi confronti, particolarmente importanti negli anni del conflitto quando, durante il suo esilio in Svizzera, lo scultore sembra virare verso un drammatico espressionismo plastico.

La ricerca postbellica riporta Marino a indagare, in forme più astratte, il tema del “Cavallo e Cavaliere”. In tre sale sono raccolti gli esiti maggiori di questo ciclo. Si tratta delle opere di maggior significato e successo nell’intero catalogo di Marino Marini: furono contese dal maggiore collezionismo internazionale e risultarono determinanti nello stabilire la posizione di primo piano dell’artista nel canone della scultura contemporanea di figura. Si inserisce qui il suo indimenticabile Angelo della città (1948), tra le opere simbolo della Collezione Peggy Guggenheim, che la collezionista americana volle collocare davanti alla sua nuova dimora, tra i cancelli che si affacciano sul Canal Grande, dove oggi ancora si trova.

La mostra continua con una compatta sala di ritratti. Un confronto tra le sculture Ritratto di America Vitali realizzato da Marini in pietra e l’opera coeva di Giacomo Manzù in bronzo, mostra in questa sala due polarità estreme della ritrattistica scultorea in Italia prima della guerra. Nel dopoguerra Marino inventa una nuova lingua per la resa espressiva del volto umano: questa lingua, che guarda alla scomposizione cubista e, insieme, alla deformazione espressionista, farà di lui il più grande ritrattista-scultore del secolo.

Dopo il 1950 il tema del “Cavaliere”, questa volta disarcionato, diventerà un motivo di pura ricerca spaziale, ormai quasi sganciato dalla riconoscibilità del soggetto, come si evidenzia nella sezione dell’ultima sala dedicata ai celebri “Miracoli”. La serie dei “Giocolieri” è posta accanto a bronzetti etruschi e a figure stanti di Henry Moore. Chiudono la mostra i piccoli e grandi “Guerrieri” e le “Figure coricate” degli anni ’50 e ’60: viene proposto, in questo snodo, l’inatteso confronto con l’antica tradizione toscana di Giovanni Pisano e, insieme, con le soluzioni più sperimentali di Pablo Picasso.

www.guggenheim-venice.it
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